LinkedIn & privacy: come proteggere il tuo profilo (e i tuoi dati) in pochi minuti

Con una base d’utenza che ha superato gli 1,2 miliardi di account registrati alla fine del 2025, LinkedIn costituisce la principale piattaforma digitale per l’identità professionale e il networking business-to-business (B2B). Le informazioni personali archiviate sulla piattaforma rappresentano uno fra i giacimenti di dati curati (human-generated content) più preziosi al mondo, ambìto sia dalla stessa Microsoft (proprietaria della piattaforma) che da terze parti (cybercriminali compresi).

Settare correttamente le impostazioni privacy di LinkedIn, quindi, è essenziale per mantenere il controllo sui nostri dati più sensibili. Dedicando pochi minuti del nostro tempo alla configurazione dell’account possiamo prevenire data leak e proteggerci da attacchi di phishing mirati, opporci alla profilazione avanzata e all’addestramento degli algoritmi. Come fare? Abbiamo elaborato una guida passo passo ai settaggi principali.

Profili pubblici, data scraping e rischi correlati

Fino a poco tempo fa, creare un attacco informatico altamente personalizzato contro uno specifico dipendente (chiamato “spear-phishing”) richiedeva a un hacker giorni o settimane di studio per capire chi fosse la vittima, con chi lavorasse e come ingannarla in modo credibile. I ricercatori di sicurezza di Trend Micro hanno dimostrato che oggi, utilizzando i moderni strumenti di intelligenza artificiale (AI), un criminale informatico può prendere di mira un dipendente partendo unicamente dal suo profilo LinkedIn pubblico e, in meno di 30 minuti, costruire da zero un attacco informatico su misura, credibile e pronto per essere lanciato.

LinkedIn, infatti, funziona non solo come un ecosistema chiuso accessibile agli iscritti (c.d. walled garden) ma come una immensa repository pubblica di “open source intelligence” (OSINT), costantemente esposta alle pratiche di indicizzazione e web scraping. Ciò significa che, tramite appositi script automatizzati, chiunque può scaricare in pochi secondi tutto ciò che viene reso pubblico su LinkedIn o altri social: la mansione lavorativa, i software aziendali utilizzati, le competenze e le certificazioni, i colleghi ed i collegamenti attivi, le foto degli eventi aziendali, gli hobby, etc.

Sfruttando le impostazioni di visibilità “Pubblica” mantenute attive dagli utenti, è possibile:

  • inviare email truffaldine altamente credibili, fingendosi colleghi o superiori per rubare credenziali o estorcere denaro;
  • creare profili falsi (cloni) su altre piattaforme o su LinkedIn stesso. Questi profili vengono spesso usati per truffe o per infiltrarsi in altre reti aziendali;
  • creare “profili ombra” estremamente dettagliati, venduti a terzi per scopi di marketing aggressivo, analisi del credito, o persino per influenzare campagne politiche;
  • monitorare la vita professionale, i cambiamenti di carriera o le connessioni di un utente in modo completamente anonimo (senza che l’utente riceva la classica notifica “Qualcuno ha visitato il tuo profilo”).

La profilazione algoritmica

La monetizzazione dell’identità professionale è la funzione core dell’architettura di LinkedIn. Al netto delle retoriche sulla missione di “creare opportunità economiche”, il reale valore intrinseco risiede nella profilazione granulare e nell’estrazione di segnali comportamentali e transazionali dai propri utenti.

Grazie all’AI l’ecosistema pubblicitario della piattaforma ha raggiunto un grado di sofisticazione elevatissimo: dal semplice targeting pubblicitario basato qualifica lavorativa si è passati a complessi meccanismi di inferenza progettati per dedurre e prevedere cosa un utente vuole fare o ottenere. Ciò avviene mediante l’analisi del suo comportamento mediante gli “intent signals”: le interazioni con specifici post, il tempo di sosta (dwell time) sui contenuti del feed, la velocità con cui si scorre un testo (scroll depth), i movimenti del mouse (hovering su un pulsante senza cliccarlo), etc.

Nell’ottobre 2024, la Data Protection Commission (DPC) irlandese ha comminato a LinkedIn una maxi-sanzione da 310 milioni di euro per la violazione dei principi di liceità, equità e trasparenza, proprio per l’analisi comportamentale condotta al fine di erogare pubblicità mirata. Ancora oggi, in seguito alla pronuncia dell’Autorità irlandese, i rischi di acconsentire inavvertitamente alla profilazione sono concreti, a causa di tecniche di design appositamente studiate per ingannare gli utenti o aggiornamenti contrattuali poco trasparenti.

L’uso dei nostri dati per l’addestramento dell’AI

La questione più dirompente e controversa riguarda l’utilizzo dei dati personali degli iscritti per l’addestramento, il testing e il fine-tuning di Large Language Models (LLM) e altri algoritmi di intelligenza artificiale. Come abbiamo visto, l’immenso archivio testuale di LinkedIn rappresenta uno dei giacimenti di dati curati (human-generated content) più preziosi al mondo.

Il 3 novembre 2025, con un aggiornamento quasi silente dei propri termini (che, secondo alcuni report, ha persino preceduto l’aggiornamento formale delle condizioni), la piattaforma ha iniziato ad utilizzare i dati degli utenti per l’addestramento dei sistemi di AI. Fra questi:

  • Identità e storicità lavorativa: nomi completi, fotografie, ruoli attuali e passati, percorsi di educazione, residenza, competenze.
  • Documentazione confidenziale: curriculum vitae caricati nei database per le candidature, risposte ai questionari di pre-screening, certificati, dettagli applicativi.
  • Contenuti Semantici Generati (UGC): post testuali, articoli, reazioni ai sondaggi, commenti sotto i post altrui, attività prodotte all’interno dei gruppi (inclusi quelli a potenziale rischio di rivelazione di dati sensibili, come gruppi politici o sindacali).

Dal punto di vista temporale la portata della raccolta è monumentale, in quanto retroattiva fino all’anno di fondazione della piattaforma (il 2003).

Riprendiamo il controllo sui nostri dati

I rischi per gli utenti LinkedIn, come abbiamo visto, si muovono su un doppio binario: da un lato le vulnerabilità esogene (come il data scraping e gli attacchi di spear-phishing), dall’altro i trattamenti endogeni di profilazione avanzata e addestramento dell’AI, svolti direttamente da Microsoft e dalle sue affiliate.

In questo scenario, l’architettura della piattaforma fa tipicamente affidamento sull’inerzia degli iscritti e, quindi, sul mantenimento di assetti configurati di default per massimizzare l’estrazione e lo sfruttamento dei dati.

Fortunatamente per gli utenti europei, il quadro normativo comunitario impone a LinkedIn la presenza di precise leve di controllo a garanzia dei diritti degli interessati. Dedicare pochi minuti alla configurazione del proprio account significa tracciare un confine netto tra ciò che scegliamo consapevolmente di condividere e ciò che le Big Tech tentano di sottrarci di default.

Impostazione 1: limitare la visibilità ai bot

La prima azione concreta da intraprendere riguarda le impostazioni di visibilità del profilo, essenziali per ridurre l’esposizione ai bot di scraping che alimentano database illeciti da miliardi di record. Accedendo alle impostazioni dell’account e selezionando la voce “Impostazioni e privacy” -> “Visibilità”, è possibile intervenire su diversi parametri. Si riportano a seguire i principali.

Percorso esatto nel menùValore raccomandato per la massima sicurezza  Spiegazione
Visibilità -> Visibilità del tuo profilo e rete -> Opzioni di visualizzazione del profiloModalità Privata (Utente anonimo)Nasconde la propria identità quando si visualizzano i profili altrui.
Visibilità -> Visibilità del tuo profilo e rete -> Modifica il tuo profilo pubblicoDisattivato (Off) oppure minimizzare i toggle attivi alle informazioni essenzialiSgancia il profilo dall’indicizzazione dei motori di ricerca (Google/Bing). Rende il profilo invisibile agli scraper anonimi e agli utenti non autenticati.
Visibilità -> Visibilità del tuo profilo e rete -> Chi può vedere o scaricare il tuo indirizzo emailVisibile solo a me (o al massimo “Collegamenti di 1° grado”)Blocca i tentativi di estrazione passiva delle e-mail. Impostazioni come “Chiunque su LinkedIn” o “Rete di 2° grado” aprono le porte a spambot e furti di identità.
Visibilità -> Visibilità del tuo profilo e rete -> Chi può vedere i tuoi collegamentiImpostare su No (Disattivare l’opzione)Rendere pubblico il network professionale permette ai criminali e ai competitor di mappare le catene di comando aziendali per spear-phishing o bracconaggio di talenti.
Visibilità -> Visibilità del tuo profilo e rete -> Anteprima del profilo nelle applicazioni MicrosoftImpostare su No (Disattivare l’opzione)Recide il cordone ombelicale con l’ecosistema Microsoft (Outlook, Teams, ecc.), impedendo che i dati di LinkedIn vengano visualizzati e assorbiti dai software aziendali collegati.
Visibilità -> Visibilità del tuo profilo e rete -> Ricerca e visibilità del profilo al di fuori di LinkedInImpostare su No (Disattivare l’opzione)Impedisce ai partner di LinkedIn e ad altri servizi di terze parti (compresi i motori di ricerca) di mostrare le informazioni del profilo nei loro applicativi.
Visibilità -> Visibilità della tua attività su Linkedin -> Gestisci il tuo stato di connessioneNessunoNasconde il “pallino verde” di stato attivo. Fondamentale per non rivelare le proprie abitudini a terze parti.

Un passo ulteriore consiste nel verificare i dati salvati all’interno della sezione “Impostazioni e privacy” -> “Privacy dei dati” -> “Preferenze per la ricerca di lavoro”. Se vi sono dei curriculum vitae in formato PDF/Word superati o non necessari è raccomandabile cancellarli manualmente dai server di LinkedIn.

Impostazione 2: disattivare la profilazione

La seconda azione da intraprendere è fondamentale se non vogliamo essere sottoposti a profilazione avanzata e al continuo tracciamento delle nostre attività.

In primo luogo dobbiamo accedere a “Impostazioni e privacy” -> “Privacy dei dati” -> “Gestisci le tue preferenze relative ai cookie” e assicurarci di aver negato il consenso alla “Pubblicità personalizzata”.

Pubblicità personalizzata Linkedin

Sempre da “Impostazioni e privacy” -> “Privacy dei dati”, clicchiamo su “Email di marketing e promozioni di LinkedIn” per impedire a LinkedIn di “personalizzare il modo in cui promuove i suoi prodotti su LinkedIn e altrove, in base alla tua attività”.

Profilazione Linkedin

Infine, da “Impostazioni e privacy” -> “Dati pubblicità” è necessario disattivare le singole voci all’interno di due macro-aree principali.

  1. Dati profilo. In questa prima area, LinkedIn utilizza le informazioni inserite dall’utente per personalizzare gli annunci, appellandosi al proprio “interesse legittimo”. Per opporsi a questa profilazione di base, è necessario entrare in ciascuna voce e commutare l’interruttore su “No”.
  2. Dati sull’attività, dati dedotti e dati all’esterno di LinkedIn. Questa sezione rappresenta il vero motore dell’analisi comportamentale, basata (per gli utenti europei) sul consenso. Qui la piattaforma processa le interazioni per estrarre e dedurre informazioni personali.
    – All’interno del sottomenù “Attività e dati dedotti”, occorre accertarsi che tutte le voci siano disattivate o disabilitate.
    – All’interno del sottomenù “Dati all’esterno di LinkedIn”, occorre accertarsi che tutte le opzioni siano impostate su “No”o disattivate.

Impostazione 3: l’opt-out (dall’AI generativa e dall’AI non-generativa)

Come abbiamo visto, a partire dall’aggiornamento di novembre 2025, i dati degli utenti vengono prelevati di default per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale generativa, a meno che l’interessato non compia lo sforzo proattivo di negare il permesso.

L’interfaccia utente standard mette a disposizione un comando raggiungibile da “Impostazioni e privacy” -> “Privacy dei dati” -> “Dati per migliorare l’IA generativa”. Disattivando questo switch, l’utente impedisce l’uso futuro dei propri dati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale generativa (quelli designati alla creazione di contenuti, riassunti testuali, stesura automatizzata di messaggi, etc.).

AI generativa Linkedin

Tuttavia, LinkedIn sviluppa parallelamente vastissimi sistemi di intelligenza artificiale non-generativa. Questi includono modelli predittivi, algoritmi di raccomandazione del feed, sistemi di ranking per recruiter, profilazione algoritmica dei comportamenti e motori di Trust & Safety. Per questi, lo switch nell’interfaccia è completamente inefficace.

Per opporsi all’utilizzo dei dati per i sistemi di AI non-generativa, l’utente europeo deve invocare formalmente il proprio diritto di opposizione ai sensi dell’Articolo 21 del GDPR, utilizzando il “Data Processing Restriction and Objection” form (privacy policy, punto 4.2).

Impostazione 4: la sicurezza degli accessi

Infine, l’ultima raccomandazione, volta a garantire la massima sicurezza dell’account nel tempo, riguarda l’adozione di sistemi di autenticazione robusta (Passkey o MFA) e la verifica periodica degli accessi. In questo caso il percorso da seguire è il seguente: “Impostazioni e Privacy” -> “Accesso e sicurezza”.

  • In “Accesso e sicurezza” -> “Passkey”, è possibile generare chiavi crittografiche legate all’hardware. Attraverso l’uso del FaceID dello smartphone, del TouchID o di Windows Hello, l’autenticazione è demandata a una firma crittografica immune al phishing, poiché la chiave privata non lascia mai il dispositivo e i server conservano esclusivamente la chiave pubblica.
  • Ove la Passkey non sia implementabile, in “Accesso e sicurezza” -> Autenticazione a due fattori, è essenziale l’attivazione della verifica in due passaggi (2FA), anche mediante l’abbinamento di app di autenticazione come Microsoft Authenticator, YubiKey o Authy.
MFA
  • Infine, è importante verificare periodicamente gli accessi effettuati, tramite l’opzione “Accesso e Sicurezza” -> “Dove hai effettuato l’accesso”. Questa console elenca ogni cookie di sessione generato dal server. Qualora si riscontrino login geolocalizzati in città inattese o associati a browser anomali (es. Chrome su Linux se si è utenti macOS), va utilizzata immediatamente l’apposita funzione per rimuovere i dispositivi, per poi resettare le password.

La vera privacy è solo off-platform

Intervenire sui settaggi per irrobustire l’account è fondamentale per difendere i nostri dati. Senza sane abitudini quotidiane di igiene digitale, tuttavia, rischiamo comunque di esporci a rischi: la vera sicurezza nasce dalla consapevolezza del fatto che sulle grandi piattaforme social non esistono “stanze chiuse”.

Utilizza l’infrastruttura per costruire il tuo posizionamento professionale e condividere le tue competenze tecniche, ma traccia una linea netta sulle comunicazioni confidenziali. La regola d’oro è spostare sempre i dibattiti sensibili, i colloqui HR approfonditi o le trattative commerciali su canali privati, crittografati ed esterni alla piattaforma (off-platform).

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